La fiducia nel proprio sentire
Qualche tempo fa, durante una pratica, ho invitato le persone a chiudere gli occhi e portare attenzione al respiro.
Dopo pochi istanti, ho notato qualcosa che negli anni ho osservato molte volte.
Una persona ha riaperto gli occhi.
Poi li ha richiusi.
Dopo qualche secondo li ha riaperti di nuovo.
Non sembrava distratta. Non sembrava annoiata. Sembrava piuttosto che qualcosa, nel semplice gesto di fermarsi e ascoltare, fosse diventato improvvisamente troppo grande.
Un'emozione.
Una sensazione.
Forse soltanto il fatto di accorgersi di sé.
Mi ha fatto pensare a quanto spesso immaginiamo che ascoltare il corpo sia qualcosa di naturale. In fondo il corpo è sempre con noi. Attraversa ogni giornata, ogni scelta, ogni relazione.
Eppure, nella pratica, osservo spesso il contrario.
Non è raro incontrare persone capaci di descrivere perfettamente ciò che dovrebbero fare, ciò che pensano, ciò che si aspettano da se stesse, ma che faticano a rispondere a una domanda molto più semplice:
"Cosa senti in questo momento?"
Non perché non sentano nulla.
Forse perché nessuno ci ha davvero insegnato a fidarci di quello che sentiamo.
Sentire non è la stessa cosa che ascoltare
Forse confondiamo spesso il sentire con l'ascoltare.
Dopotutto, il corpo si fa sentire continuamente.
Ci segnala quando siamo stanchi, quando abbiamo fame, quando qualcosa ci preoccupa. A volte ci accorgiamo di una tensione nelle spalle, di un nodo allo stomaco, di un respiro che si è fatto più corto.
Le sensazioni non mancano.
Anzi, spesso sono già lì.
Quello che mi interroga è un'altra cosa.
Cosa accade dopo?
Perché tra il percepire una sensazione e ascoltarla esiste uno spazio che non sempre riusciamo ad attraversare.
Mi capita di osservare persone che riconoscono perfettamente di essere affaticate, ma continuano ad andare avanti come se quella informazione non avesse alcun valore.
Persone che sentono chiaramente di aver bisogno di rallentare, ma trovano dieci ragioni per non farlo.
Persone che riconoscono di non stare bene in una situazione e, allo stesso tempo, riescono a convincersi che dovrebbero restare.
Non credo che il problema sia la mancanza di sensibilità.
Forse sentiamo molto più di quanto immaginiamo.
La domanda è se siamo disposti a dare fiducia a ciò che sentiamo.
Con il tempo ho iniziato a notare un'altra dinamica.
Molte persone arrivano alla pratica con l'intenzione sincera di ascoltarsi. Ma dopo pochi minuti l'ascolto si trasforma in qualcosa di diverso.
"Sto facendo bene?"
"Dovrei sentire qualcosa di diverso?"
"Sto respirando correttamente?"
L'attenzione si sposta dall'esperienza alla valutazione dell'esperienza.
Dall'ascolto al controllo.
E il controllo, per quanto possa sembrare rassicurante, raramente crea più contatto.
Spesso crea più distanza.
Per questo mi chiedo se una delle sfide dell'ascolto corporeo non sia imparare, poco alla volta, a restare accanto a ciò che emerge senza cercare subito di correggerlo, spiegarlo o trasformarlo.
Chi ci ha insegnato ad ascoltarci?
Forse una parte della risposta si trova nel modo in cui siamo stati educati a entrare in relazione con noi stessi.
Fin da piccoli riceviamo molti insegnamenti preziosi. Impariamo a leggere, a scrivere, a rispettare le regole, a convivere con gli altri. Impariamo cosa è considerato appropriato e cosa no. Impariamo ad assumerci responsabilità, a mantenere gli impegni, a portare a termine ciò che è stato iniziato.
Molto più raramente, però, qualcuno ci insegna a riconoscere ciò che accade dentro di noi.
Non perché ci sia una cattiva intenzione.
Più semplicemente, spesso chi si prende cura di noi non ha ricevuto a sua volta questo tipo di educazione.
È difficile trasmettere una competenza che non abbiamo avuto l'opportunità di sviluppare.
Così cresciamo imparando con grande precisione a rispondere alle richieste del mondo esterno, ma con meno strumenti per riconoscere i segnali che arrivano dal nostro interno.
Molti di noi hanno sentito, in forme diverse, messaggi come:
"Prima il dovere, poi il piacere."
Una frase che contiene anche qualcosa di utile. Ci insegna la responsabilità, la capacità di prenderci cura di ciò che conta.
Ma, a volte, può avere anche un effetto collaterale.
Possiamo iniziare a considerare il nostro sentire come qualcosa da rimandare.
Prima faccio ciò che devo fare.
Poi mi ascolto.
Prima rispondo alle richieste degli altri.
Poi vedo come sto.
Prima porto a termine tutto.
Poi mi occupo di me.
E quel "poi", in molti casi, non arriva mai.
Forse è anche per questo che, quando il corpo prova a comunicarci qualcosa, tendiamo a trattare quel messaggio come un'interferenza e non come un'informazione.
La stanchezza diventa qualcosa da superare.
L'incertezza qualcosa da correggere.
Il bisogno di fermarsi qualcosa da giustificare.
Eppure, osservando le persone in pratica, mi sembra che il punto non sia imparare a sentire di più.
Molte persone sentono già moltissimo.
Sentono quando sono frustrate.
Sentono quando sono tese.
Sentono quando qualcosa non sta funzionando.
La difficoltà emerge nel momento successivo.
Quando ciò che sentono chiede di essere preso sul serio.
Perché ascoltare davvero significa accettare la possibilità che il corpo ci mostri qualcosa che non coincide con ciò che vorremmo fosse vero.
Forse siamo stanchi quando vorremmo essere pieni di energia.
Forse abbiamo bisogno di una pausa quando pensiamo di dover continuare.
Forse una situazione ci pesa più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Ed è qui che l'ascolto smette di essere una semplice capacità percettiva e diventa una questione di fiducia.
Non si tratta più soltanto di sentire.
Si tratta di domandarsi:
"Posso fidarmi di ciò che sento?"

La fiducia nel proprio sentire
Forse è qui che l'ascolto del corpo incontra il suo passaggio più delicato.
Non quando impariamo a percepire qualcosa.
Ma quando iniziamo a prendere sul serio ciò che percepiamo.
Perché fidarsi del proprio sentire non significa assumere che ogni sensazione abbia ragione. Né che ogni impulso debba essere seguito.
Significa riconoscere che ciò che emerge merita attenzione.
Che non è un rumore da mettere a tacere il più velocemente possibile.
Che può contenere un'informazione importante sulla nostra esperienza.
Mi sembra che molte persone abbiano imparato molto presto a mettere in discussione il proprio sentire.
A chiedersi:
"Sarò troppo sensibile?"
"Sto esagerando?"
"Forse dovrei fare uno sforzo in più."
"Forse passerà."
E in alcuni momenti della vita questo atteggiamento può perfino essere stato utile.
Ci sono situazioni in cui andare avanti è necessario.
Situazioni in cui fermarsi ad ascoltare non è possibile.
Situazioni in cui la sopravvivenza richiede di mettere temporaneamente da parte ciò che sentiamo.
Ma una strategia che ci protegge in un momento della vita può diventare un'abitudine che ci accompagna molto oltre il necessario.
Così continuiamo a dubitare di segnali che forse stanno semplicemente cercando di indicarci una direzione.
Osservando le persone in pratica, mi accorgo che la fiducia non nasce tutta insieme.
Assomiglia più a una relazione che si costruisce lentamente.
All'inizio può esserci solo un piccolo riconoscimento.
"Sono stanca."
"Questa situazione mi pesa."
"In questo momento avrei bisogno di fermarmi."
Poi, poco alla volta, arriva una domanda diversa.
"Posso credere a ciò che sto sentendo?"
Ed è qui che spesso compare la paura.
Perché fidarsi del proprio sentire può avere delle conseguenze.
Potrebbe significare rallentare quando tutti continuano a correre.
Mettere un limite.
Prendere una decisione diversa da quella che ci si aspetta da noi.
Rinunciare a un ruolo che abbiamo sempre interpretato.
Ascoltare una parte di noi che per molto tempo è rimasta in silenzio.
Forse per questo la fiducia richiede coraggio.
Non il coraggio di sentire.
Ma il coraggio di lasciare che ciò che sentiamo abbia un posto nella nostra vita.
E forse la pratica, più che insegnarci ad ascoltare il corpo, ci offre uno spazio in cui allenare proprio questa fiducia.
Non una fiducia cieca.
Una fiducia curiosa.
La disponibilità a rimanere in ascolto abbastanza a lungo da scoprire che cosa quel sentire stia cercando di raccontarci.
Una relazione che continua a costruirsi
Forse ascoltare il corpo non è una capacità che si acquisisce una volta per tutte.
Forse assomiglia di più a una relazione.
Ci sono momenti in cui il dialogo è chiaro e momenti in cui sembra interrompersi. Momenti in cui ci fidiamo e altri in cui torniamo a cercare conferme all'esterno.
Con il tempo ho smesso di pensare alla pratica come a un modo per sentire di più.
Mi interessa sempre di più come uno spazio in cui imparare a dare fiducia a ciò che già sentiamo.
Una fiducia che non elimina il dubbio, ma che ci permette di restare in ascolto abbastanza a lungo da scoprire cosa la nostra esperienza sta cercando di raccontarci.
Forse la domanda non è:
"Cosa sento?"
Forse la domanda è:
"Quanto spazio sono disposta a concedere a ciò che sento?"




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